Il
fiume Tevere è legato indissolubilmente alla nascita di Roma.
La storia delle origini della città è stata tramandata
come una mescolanza tra umano e divino. Secondo la leggenda infatti,
Rea Silvia segretamente amata dal Dio Marte, diede alla luce due
gemelli, Romolo e Remo, i quali messi in una culla di giunco furono
gettati dallo zio nel Tevere. Trascinati dalla corrente fino alle
falde del Palatino furono allattati da una lupa e poi raccolti ed
allevati da un pastore e da sua moglie. Divenuti adulti, i due gemelli
decisero di fondare una città. Romolo tracciò un solco
con l'aratro per segnare la cerchia delle mura; Remo oltrepassò
quel tracciato violandone la sacralità e il fratello lo uccise.
Il Tevere, oltre a tramandarci questa leggenda è stato anche
lo scenario di molteplici episodi che i libri di storia ci tramandano:
come le prime lotte dei Romani contro gli Etruschi, che si svolsero
proprio sulle rive del Tevere accentuando così la sacralità
di un ponte: il Sublicio. La costruzione dei ponti fu affidata ad
una casta sacerdotale, quella dei Pontefici. La riva destra del
fiume per ben duemila anni fu sede di colonie mercantili e solo
nel '300 Trastevere venne considerato un rione romano. Il fiume
ebbe sempre un ruolo fondamentale per la vita e l'economia della
città; a sottolineare questo legame, ogni anno l'8 dicembre,
venivano celebrate in onore del "Pater Tiberinus" le Tiberinalia,
nell'anniversario della fondazione del tempio del Dio sull'isola
Tiberina. Il culto conosciuto grazie ad alcune testimonianze epigrafiche
consisteva in cerimonie di purificazione delle acque e delle sorgenti.
Tra gli autori antichi, Virgilio in particolare, descrive il Dio
come un vecchio canuto disteso lungo le sponde coperte di vegetazione
e caratterizzato da corna, un attributo che ricorre frequentemente
nelle immagini delle divinità fluviali in Grecia e in Magna
Grecia, ma che non è documentato per quanto concerne le raffigurazioni
del Tevere. La personificazione del Tevere, non sempre distinguibile
dall'immagine del Dio compare con una certa frequenza, soprattutto
nella scultura e sui rovesci monetali. Il Tevere ha in genere le
sembianze di una figura maschile, barbuta, dall'aspetto vigoroso,
semi disteso, appoggiata ad un'anfora, simbolo della sorgente da
cui sgorga l'acqua. Le tempie sono cinte da una corona di foglie
acquatiche, parte del busto e le gambe avvolte in un mantello, vari
attributi, quali un ramo frondoso, la cornucopia, il remo, la prua
di una nave, alludono alla prosperità dovuta la fiume e alla
sua navigabilità. Un insieme abbastanza cospicuo di pitture,
sculture e bassorilievi sottolinea simbolicamente attraverso il
mito, il legame che collegava il Tevere alla nascita di Roma. Il
Dio, infatti, assisteva come spettatore all'abbandono dei gemelli
e al loro ritrovamento da parte della lupa, sul frontone del tempio
di Marte Ultore nel foro di Augusto, su un'ara rinvenuta ad Ostia
(124 d.C.), sulla base Casali al Vaticano (fine II sec. d.C.), in
un colombario sull'Esquilino e a Villa Adriana. A questo gruppo
di raffigurazioni appartiene l'opera più famosa: la statua
colossale in marmo bianco, forse "pentelico" (tipo di
marmo a grana fina usato in Grecia per la statuaria e per l'architettura,
che esposto agli agenti atmosferici, assume col tempo una patina
calda e dorata che rende particolarmente suggestive le opere con
esso eseguite), ora la Louvre, datata ad età Adrianea: venne
rinvenuta nel 1512 tra Santa Maria sopra Minerva e Santo Stefano
del Cacco, nell'area dell'antico "Iseum Campense", dove
era esposta insieme alla gemella statua del Nilo scoperta l'anno
successivo e conservata la Vaticano. Il Tevere, è sempre
disteso sulla base, increspata ad imitare la superficie dell'acqua,
con cornucopia e remo, un manto drappeggiato sul braccio sinistro,
affiancato dalla lupa che allatta i gemelli. Sul plinto rettangolare
(basamento a pianta quadrata) sono scolpiti a bassorilievo alcuni
episodi mitici delle origini di Roma, e in una scena in particolare
sono riconoscibili alcune linteres, leggere imbarcazioni utilizzate
per la navigazione fluviale, e dun'operazione di alaggio. Un'immagine
pressoché identica del Tevere, è documentata sui rovesci
dei coni monetali. Tra i primi vanno ricordati un sesterzo di Vespasiano
(71 d.C.) sul quale la personificazione di Roma assisa sui sette
colli e affiancata da quella del Tevere, alcuni bronzi sesterzi
e dupondii di Domiziano (88 d.C.) ed un aureo dell'imperatore Adriano
(1119 - 1122 d.C.). in seguito su numerose monete di Antonino Pio,
ricorrono costantemente, gli attributi navali (prua e remo) a sottolineare
la navigabilità del fiume. Due diversi iconografie, invece,
compaiono sui rovesci di due emissioni di Traiano e di Antonino
Pio: sulle prime (103 - 111 d.C.) la personificazione del Tevere
atterra una figura femminile, la Dacia, a commemorare le conquiste
dell'imperatore in quella regione; su quelle di Antonino Pio coniate
nella zecca di Alessandria (140 - 144 d.C.) le personificazioni
del Nilo e del Tevere si stringono la mano. La città si era
per tanto sviluppata sulla riva sinistra su cui vennero costruite,
nel periodo imperiale, le mura di difesa. Roma grazie alla presenza
del Tevere è riuscita ad affermarsi come punto d'incontro
tra varie popolazioni e a mettersi in una posizione di incontrastato
dominio. Il Tevere, nel passato, non è stato soltanto una
realtà geografica, ma ha fornito una serie di risorse estremamente
importanti. Nell'antica Roma, vi erano degli acquedotti che portavano
l'acqua dalla sorgente alla città. Nel corso del tempo, con
il declino dell'impero e le invasioni barbariche, gli acquedotti
andarono distrutti o non furono più utilizzabili; si cominciò
quindi, a bere l'acqua del fiume. I Papi la ritenevano la migliore
a disposizione, considerata non solo potabile ma anche terapeutica
per tutto il Medioevo e per tutto il '500. Petronio, il medico di
Giulio III, sosteneva che il Tevere fosse il migliore rifornitore
d'acqua, e come lui altri medici ritenevano, non sempre a ragione,
che non si dovessero costruire fontane che fossero alimentate con
l'acqua degli acquedotti. Non consideravano però che in essa
cii potessero essere batteri e microrganismi. Fino a quando nel
1556, un medico, scrisse un libro che suscitò grosse polemiche,
nel quale denunciava la pericolosità di quest'acqua definita
addirittura portatrice di peste. Si cominciò così
a pensare di ripristinare gli antichi acquedotti perché l'acqua
del Tevere era ritenuta sempre meno potabile. Inoltre il Tevere
fornì la possibilità ai Romani di un collegamento
con il mare dal quale potevano affluire nelle città le derrate
alimentari e tutti i prodotti importati da fuori. Fra il XVII e
il XVIII sec. furono costruiti due porti: quello di Ripa Grande
(1692) e di Ripetta (1703). Alla fine degli anni venti, si verificò
un decadimento della navigazione, soprattutto per il modificato
aspetto del fondale dovuto a fenomeni di insabbiamento e alla costruzione
dei "muraglioni". Oggigiorno, il "biondo Tevere"
versa in uno stato di abiezione e abbandono notevole; ma sono in
via di attuazione dei progetti medianti i quali si potrà
rievocare l'antica gloria del fiume grazie ad un autobus fluviale
che, potrebbe consentire percorsi alternativi lontani dal traffico
e da l'inquinamento cittadino.