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Iddio nun vò
ch'er Papa piji moje
pe nun mette a sto monno antri papetti:
sinnò ali Cardinali, poveretti,
je resterebbe un cazzo da riccoje.
Ma er Papa a genio
suo pò legà e scioje
tutti li nodi lenti e quelli stretti.
ce pò scommunicà, fa benedetti,
e dacce a tutti indove coje coje.
E inortr'a questo
che lui scioje e lega,
porta du' chiave pe dacce l'avviso
che qua lui opre e lui serra bottega.
Quer trerregno
che poi pare un suppriso
vò dí che lui commanna e se ne frega
ar monno, in purgatorio e in paradiso
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ER PAPA BUONO
Pe bono è
bono assai; ma er troppo è troppo;
e accussí tra l'ancudine e 'r martello,
se lassa persuade a annà berbello
e quer c'ha da fà prima a fallo doppo.
Lo sapemo ch'er
curre de galoppo
porta spesso a la strada der macello,
ma neppuro un curiero c'ha cervello
nun monta in zella a un cavallaccio zoppo.
Perantro noi che
stamo a casa nostra
e ciancicamo quer boccone in pace,
noi nun capimo che lassú è la giostra.
Fra chi tira e
chi allenta, poveretto,
io voría vede chi sarì capace
d'accordà la chitarra e 'r ciufoletto.
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L'ABBAGNATURA
Accidentacci! Sora
Caterina!
Rotto de collo! eh! statece un pò attenti! -
Eh c'avete, ve pijja 'n accidenti? -
M'avete fracicato co l'urina. -
Proprio? Davvero?
Eh, povera sguardrina ,
Che avete perzo già li sentimenti!
Vorrebbia cascà morta quì a momenti
Si nun è acqua de la conculina! -
Sine?!! acquaccia
de fregna riscallata,
Acqua de quel corpaccio de puttana,
Che puzza de pulenta, che rifiata. -
No, zitelluccia
de li mii cojjoni,
Su sto buco de ciccia fresca e sana
Ce se ponno magnà li maccaroni.
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LI SORDATI
BBONI
Subbito c'un zovrano
de la terra
crede c'un antro j'abbi tocco un fico,
disce ar popolo suo:" Tu sei nimmico
der tale o dder tar re! ffàjje la guerra":
E er popolo, per
sfugge la galerra
o cquarc'antra grazzietta che nnun dico
pijja lo schioppo, e viaggia com'un prico
che spedischino in Francia o in Inghirterra.
Ccusì pe
li crapicci d'una corte
ste pecore aritorneno a la stalla
co mmezza testa e cco le gambe storte.
E cco le vite sce
se ggiuca a palla
come quela puttana de la morte
nun vienissi da lei senza scercalla
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LE DONNE DE
QUI
Nun ce so donne
de gnisun paese
che pòzzino stà appetto a le romane
ner confessare tante vorte ar mese
e in ner potesse dí bone cristiane.
Averanno er su'
schizzo de puttane,
spianteranno er marito co le spese;
ma a divozione poi, corpo d'un cane,
le vedrai 'gnisempre pe le chiese.
Ar monno che je
danno? la carnaccia
ch'è un saccaccio de vermini; ma er core
tutto alla Chiesa, e je dico in faccia.
E pe la santa Casa
der Signore
è tanta la passione e la smaniaccia,
che ce vanno pe fà sino a l'amore.
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LA LEGGE
Nè de me
nè de te ssanno ste carte
St'editti de gabbelle e giubbilei,
Ste ladrerie, sti giubbilate-dei
Dove er Papa vò ssempre la su' parte.
Aveva ppiù
ggiudizzio Bonaparte,
Che ssenza tanti giri e ppiaggnistei
Diceva ar monno: "Questo tocca a lei";
Er papa è
certo una perzona dotta,
Ma 'gniquarvorta prubbica una legge,
Fa come la padella: o ttigne, o scotta.
Cusì: Viva
er Pastor, viva la gregge,
Viva er cucchiere e l'animal che ttrotta,
Viva chi scrive e buggiarà chi legge.
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LA BOCCA DELLA
VERITA'
In d'una chiesa
sopra a 'na piazzetta
Un po' più ssù de Piazza Montanara
Pe la strada che pporta a la Salara,
C'è in nell'entrà una cosa benedetta.
Pe tutta Roma quant'è
larga e stretta
Nun poterai trovà cosa ppiù rara.
È una faccia de pietra che tt'impara
Chi ha detta la bucìa chi nu l'ha detta.
S'io mo a sta faccia,
c'ha la bocca uperta,
Je ce metto una mano, e nu la striggne,
La verità da me tiella pe certa.
Ma ssi ficca la
mano uno in bucìa,
È sicuro che a ttìrà né a spiggne
Quella mano che li nun vié ppiù via.
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LA SCERTA DER PAPA
Sò fornaciaro,
sì sò fornaciaro,
sò un cazzaccio, sò un tufo, sò un cojone:
ma la raggione la capisco a paro
de chiunque sa intenne la ragione.
Scejenno un Papa,
sor dottor mio caro,
drent'a 'na settantina de perzone,
e manco sempre tante, è caso raro
che s'azzecchino in lui qualità bone.
Perché s'ha
da creà sempre un de loro?
Perché ogni tanto nun ze fa filice
un brav'omo che attenne ar zu' lavoro?
Mettémo
caso: io sto abbottanno er vetro?
Entra un Eminentissimo e me dice:
sor Titta, è Papa lei: vienghi a San Pietro.
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L'ANNO SANTO
Arfine, grazziaddio,
semo arrivati
All'anno-santo! Alegramente, Meo:
Er Papa ha spubbricato er giubbileo
Pe ttutti li cristiani battezzati.
Beato in tutto
st'anno chi ha ppeccati,
Ché a la cuscenza nun je resta un gneo!
Basta nun èsse giacobbino o ebbreo, n'antra
razza de cani arinegati.
Se leva ar purgatorio
er catenaccio;
E a l'inferno, peccristo, pe quest'anno,
Pòi fà, pòi dì, nun ce se va un
cazzaccio.
Tu và a
le sette-chiese sorfeggianno,
Méttete in testa un po' de cenneraccio,
E ttienghi er paradiso ar tu' commanno.
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SANTA PUPA
Santa Pupa è
una santa che davero
Je peseno, pe cristo, li cojoni;
E appett'a lei tanti santi barboni
Nun zò, Terresa, da contalli un zero.
Va a dì
a li fiji tui che ssino boni!
Lo so io co li mii si me dispero,
E me spormòno er zanto giorno intiero:
Senza de lei Dio sa li cascatoni!
Eppuro, a sta gran
zanta, poverella,
Je vedi mai una cannela accesa?
J'opre gnissuno un bucio de cappella?
Furtuna e dorme:
ecco ch'edè, Terresa;
E ssan Pietro, che chiede in ciampanella,
Ruga, e ttiè er culo in quer boccon de chiesa!
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SANTACCIA
DE PIAZZA MONTANARA
A proposito dunque
de Santaccia
che diventava fica da ogni parte,
e coll'arma e cor santo e co le braccia
t'ingabbiava l'ucelli a quarte a quarte;
è da sapé
ch'un giorno de gran caccia,
mentre lei stava assercitanno l'arte,
un burinello co l'invidia in faccia
s'era messo a godersela in disparte.
Fra tanti ucelli
in ner vedé un alocco,
"Oh" disse lei "e tu nun pianti maggio?"
"Bella mia," disse lui "nun ciò er bajocco."
E qui Santaccia:
" Alò viècelo a mette:
scéjete er búcio, e te lo do in soffragio
de quell'anime sante e benedette.
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